venerdì 3 luglio 2009

SE LA7 RIABILITA MASTELLA



La puntata numero 2000 di Omnibus Estate, celebrata il 30 giugno dal conduttore Andrea Molin, riabilita totalmente la figura di Clemente Mastella, l’ex ministro della Giustizia che fece cadere il governo Prodi, premiato dal Pdl con l’elezione al Parlamento Europeo (112.000 preferenze).

Tra gli ospiti in studio insieme all’ex ministro, Claudio Tito di Repubblica, Stefano Zurlo del Giornale, Giuseppe Sottile del Foglio, Giorgio Tonini del Pd ed il giornalista Oliviero Beha.

E’ proprio Beha a stuzzicare per primo Mastella: “perché ha fatto il Ministro della Giustizia?”. Risposta: “Ovvio che feci obiezione, essendomi solo interessato qualche volta di filosofia del diritto e sapendo di non essere certamente un giureconsulto”. “Quindi la garanzia era essere inesperto” lo incalza Beha. “La garanzia era essere un politico, perché la politica non richiede di esser tecnici”.

Non occorre mica esperienza giuridica per fare il ministro della Giustizia!

Articolo completo su Articolo21, Agoravox, Orizzonti Nuovi.

mercoledì 3 giugno 2009

Da Palermo a Catania il fallimento del Pdl (prima puntata)


PALERMO - EMIRATI SOLO ANDATA

Quando scoppiò lo scandalo della monnezza in Campania i media nazionali non persero tempo a puntare il dito contro le giunte locali, da Bassolino alla Iervolino, insieme al governo Prodi (trascurando le enormi responsabilità dell’Impregilo). Da giorni Palermo è diventata come Napoli: cumuli di immondizia per le strade, topi che si aggirano tra sacchetti di plastica ed i soliti scenari di degrado e sporcizia.
Eppure la cronaca non sembra occupare tanto spazio nei tg nazionali, impegnati a riportare le eroiche gesta dello spartano Silvio attaccato dai complottisti di mezzo mondo, e diffidenti verso la nuova spazzatura in salsa siciliana. F
orse perché i primi responsabili del disastro sono proprio gli amministratori nominati in quota Pdl, nella terra del “cappotto” (61 a 0 le circoscrizioni in mano al centrodestra).
Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, sorride sempre. Ma questa volta c’è poco da stare allegri, soprattutto dopo la sua proposta di aumentare il Tarsu, la tassa sui rifiuti regionali, che ha sfiorato la rissa in consiglio comunale. L’Amia, il carrozzone da 3mila dipendenti con una voragine di 170 milioni, è da sempre il terreno di conquista dei Forza Italia boys.
Dal 2001 al 2008 il padrone della società è Domenico Galioto, medico dentista amico di Gianfranco Miccichè. Durante il suo mandato si consumano mirabolanti trasferte dei dirigenti della società negli Emirati Arabi per la gestione dei rifiuti nelle municipalità di Abu Dhabi ed Al Ain e per alcune discariche in Tunisia.
I bilanci riportano viaggi a Dubai con cene da 800 euro, alberghi a cinque stelle, incursioni allo Sheraton e al Millennium. Si calcola che nella missione dal 17 al 21 marzo 2006 le spese dell’Amia lievitarono a 20mila euro.
L’obiettivo nobile, esportare la raccolta differenziata all’estero, sembra ridicolo confrontando le attività in patria: a Palermo durante l’era Galioto la differenziata era appena al 4%, al di sotto della percentuale italiana e per la Corte dei Conti lontanissima dal miraggio del 35% fissato per legge.
Per la sua brillante gestione da presidente dell’Amia, Domenico Galioto (soprannominato “lo sceicco” , reddito dichiarato 285.458 euro) è stato eletto a Palazzo Madama nella corrente di Renato Schifani.

giovedì 7 maggio 2009

Gli affari d'oro dell'ecomafia



Il Rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente non lascia dubbi: la mafia continua a prosperare grazie all'abusivismo e alla distruzione del territorio.
Solo nel 2008 è riuscita a "muovere" un traffico di rifiuti che calcolato in verticale raggiunge quota 3.100 metri, "quasi quanto l'Etna".
Un business di 20 miliardi e mezzo di euro con la Campania che guida la classifica dell'illegalità seguita da Calabria, Sicilia, e Puglia.
Coinvolti anche il Piemonte e la Lombardia, dopo la scoperta nel milanese, grazie all'operazione Star Wars, di 178 mila metri cubi di rifiuti industriali gestiti dalla 'ndrangheta.
Ma non c'è solo "l'oro della munnezza" nel dossier Legambiente 2009.
L'abusivismo edilizio, il racket degli animali, le agromafie e l'aggressione al patrimonio culturale sono realtà inquietanti da combattere giorno dopo giorno.
Il dossier rivela anche il preoccupante aumento della criminalità nel Lazio (un segnale il recente scioglimento del comune di Fondi, in provincia di Latina, per infiltrazioni mafiose e gli allarmi lanciati dalla procura di Tivoli) che supera la Sicilia e conquista il terzo posto nell'opera di cementificazione selvaggia.
Se non bastasse l'aggressione devastante all'ambiente, da Ischia arriva persino il clamoroso monito di un vescovo alla procura: "evitiamo il legalismo esasperato".
Questa "mania di giustizialismo", che preoccupa tanto gli italiani, non impedisce alla mafia del crotonese di utilizzare le scorie tossiche dell'ex Pertusola Sud insieme alle polveri dell'Ilva di Taranto per la costruzione di fondi stradali e la realizzazione dell'aeroporto di Reggio Calabria, dell'acquedotto locale e dei cortili di tre scuole della provincia (secondo le inchieste dei soliti forcaioli della procura).
Se si vuole ridurre il fenomeno in cifre ecco i dati del rapporto: quasi 26mila ecoreati accertati nel 2008, tre ogni ora e poco meno di 71 al giorno, per farsi un'idea, 221 arresti (più 13,3% rispetto al 2007) oltre 9.600 sequestri.
Secondo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si tratta di "un risultato eccezionale data l'assenza di risorse e strumenti giuridici".
Ma tutto ciò "non basta" e "dobbiamo aggredire il fenomeno".
Sempre che i magistrati possano lavorare senza l'accusa di fare i Robespierre.

Leggi il rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente.

MONTANELLI E LE MANIPOLAZIONI DEL TG1



L’organizzazione indipendente americana Freedom House declassa l’Italia al 73esimo posto su 195 paesi (al pari di Tonga) sulla libertà di informazione e di stampa.

Se anche i più scettici non credono alla favola del paese parzialmente libero, forse un motivo in più ha potuto fornirlo lo speciale del TG1 di domenica 3 maggio, dedicato al centenario della nascita di Indro Montanelli (...) Leggi su Agoravox

martedì 7 aprile 2009

NASCE L'OSSERVATORIO SUI CRONISTI MINACCIATI DALLE MAFIE



E' stato presentato al festival del giornalismo di Perugia, nella gremita sala del Teatro Pavone, l'Osservatorio della Fsni e dell'Ordine dei giornalisti che dovrà vigilare sui cronisti al fronte contro le mafie.
Tra i protagonisti della conferenza di lancio, il corrispondente dell'Ansa da Palermo Lirio Abbate, minacciato dalla mafia e quindi sotto scorta, Peter Gomez, David Lane giornalista di The Economist, Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria Sicilia, sempre in prima linea nella battaglia al pizzo e Angelo Agostini, direttore de "I problemi dell'Informazione", rivista trimestrale che si occupa di media e comunicazione.
Ad aprire il confronto, Lirio Abbate che ricorda come spesso la mafia diventi la "longa manus" dei personaggi politici e che in Sicilia si contano ben 8 cronisti assassinati.
Citando il libro "I Complici", sulla latitanza di Provenzano, sottolinea anche il ruolo di un importante azienda, la Calcestruzzi S.p.a., accusata più volte di collusioni mafiose e per l'utilizzo di cemento depotenziato (testimonianza di come la criminalità non sia una piovra misteriosa da fiction ma incida concretamente, in peggio, sulla vita dei cittadini).
Ivan Lo Bello paragona il pizzo chiesto agli imprenditori alla censura dei giornalisti che scrivono di mafia. Ricorda la sua iniziativa, lanciata nel 2007, che punta ad espellere dalla Confindustria siciliana coloro che non denunciano e si arrendono all'arroganza del potere mafioso.
La regola è chiara: "Se stai con noi non paghi, o denunci, altrimenti esci fuori dall'associazione".
Lo Bello parla di "azione più forte" dello Stato negli ultimi anni, dopo le terribili stragi e l'isolamento subito da Libero Grassi, lamentando però ancora "una sostanziale indifferenza e tolleranza verso il pizzo" in molte parti della Sicilia.
Angelo Agostini rileva un rapporto che elenca più di 40 cronisti minacciati in diversi modi nel biennio 2006/08. Notizie che sui giornali finiscono spesso in 2-3 righe in una breve di cronaca.
Da queste inquietanti statistiche, e su proposta di Alberto Spampinato (fratello di Giovanni Spampinato, ucciso a Ragusa dalla mafia nel 1972) è nata l'idea di un Osservatorio che difenda i giornalisti ed informi correttamente il paese.
Il momento più intenso della tavola rotonda è stato l'intervento di Peter Gomez, che con grande passione ha evidenziato come molte inchieste ormai non escono più sui giornali ma solo sui libri.
Cita un episodio singolare legato alla storia di Bernando Provenzano. Nel 1996 è presidente della Regione Sicilia tal Giuseppe Provenzano, arrestato negli anni 80 dal pool anti-mafia perchè commercialista della moglie del boss corleonese.
L'imputato viene in seguito assolto per insufficenza di prove, ma la sua "occupazione" resta confermata. Dunque, si chiede Peter, al di là dell'esito processuale, "un partito politico ha mai espulso qualcuno per contatti mafiosi"?
Un altra vicenda poco chiara riguarda il centro-sinistra e la figura di Mirello Crisafullo, potente politico Ds nella provincia di Enna.
Nel 2000 la procura di Caltanissetta lo inchioda con le telecamere mentre incontra e bacia il boss Bevilacqua, reduce da 11 anni di galera.
Crisafulli è anche il suo avvocato. I due si vedono e discutono di appalti. La procura apre l'inchiesta ma dopo archivierà, perchè non è emerso il concorso esterno in associazione mafiosa.
L'incontro però resta documentato dalle telecamere nascoste.
Morale della favola? Crisafulli nel 2006 si candida al quarto posto nella lista per la Sicilia Orientale ed entra in parlamento con l'Ulivo. Dal 2008 è in Senato con il Pd.
Compagni che sbagliano si dirà.
Illuminante è il discorso di David Lane, giornalista dell'Economist, autore nel 2005 de "L'Ombra del Potere", ha vinto la causa dopo che Berlusconi l'ha citato in giudizio.
Adesso sta preparando un nuovo libro che è un viaggio nella mafia del sud.
Le sue parole sono semplici, quasi ovvie, ma in Italia suonano ancora radicali:
"Se il 90% delle tv è controllata da una persona, è normale che nasconde le cose brutte e vuol far vedere quelle belle".
Ricorda come nel novembre del 2002 i magistrati di Palermo siano andati a Palazzo Chigi per porre alcune domande al presidente del consiglio, che allora "si avvalse della facoltà di non rispondere":
"In un paese anglosassone, un politico del genere non sarebbe stato eletto".
Infine una stoccata a Giulio Andreotti, colpevole di associazione mafiosa fino al 1980 (reato prescritto), che ora sta in Senato e ha ricevuto una laura honoris causa dal Vaticano: "Uno che ha amici mafiosi in Gran Bretagna non sarebbe mai chiamato statista".








venerdì 27 marzo 2009

NESSUNO VUOLE FARE PIU' IL PM



Sarà stata la retorica berlusconiana degli ultimi 15 anni sui giudici "metastasi della democrazia", sarà stata la generale delegittimazione, anche da parte del centrosinistra, delle inchieste giudiziarie sulla politica, dall'Abruzzo alla Campania fino in Toscana.
Sarà stata anche la difesa di casta del Csm e dell'Anm contro i pm più coraggiosi e indipendenti, come Luigi De Magistris, ed i velenosi attacchi dei "compagni" di casa nostra alle indagini scomode di Clementina Forleo. Sarà, ma un fatto è certo: la carriera da pubblico ministero non è più ambita.
Un mix di ostacoli, insieme alla generale sfiducia dei cittadini per una giustizia sempre più lenta e farraginosa (con le leggi dei governi che vanno sempre nella direzione che non risolvono i problemi) avrà posto le basi per i dati allarmanti di questi giorni: su 206 posti disponibili da sostituto procuratore ben 121 restano scoperti.
Il concorso interno cominciato il 16 gennaio e chiuso un paio di settimane fa registra una grave disaffezione verso la professione di pm.
Il Consiglio Superiore della Magistratura avverte che mai si è arrivati ad un gradimento così basso, quasi assente.
La lista delle sedi vacanti non riguarda solo le regioni desolate del Sud ma anche "tranquilli" comuni del Nord: da Brescia (9 respinti su 9 posti disponibili), Lecco e Aosta (due su due), a Venezia, Gorizia, Biella, Vercelli, Vigevano e Busto Arsizio.
Il dramma ovviamente si registra nel meridione. In Sardegna, a Nuoro risultano 4 posti vuoti su 4, a Sassari uno su due.
Nelle procure di mezza Calabria non è arrivata neppure una domanda.
A Catanzaro restano "abbandonati" sette posti su sette. Drastiche le assenze su Castrovillari, Cosenza, Crotone, Lamezia Terme (comune sciolto in passato per infiltrazioni mafiose), Locri, Palmi: nessuna domanda per 19 posti disponibili da sostituto procuratore.
Infine in Sicilia, dove su 57 posti vacanti nei vari uffici giudiziari, da Palermo a Barcellona Pozzo di Gotto, da Enna a Gela, da Nicosia a Caltanissetta, le domande sono solo 5.
Secondo la Terza Commissione del Csm, "è stata uccisa la vocazione".
Per il professor Mauro Volpi, membro laico della Terza, le cause di questa sfiducia sono rintracciabili "nell'incertezza sul ruolo e sui poteri del pm e sulla costante propaganda con l'affondo di questi mesi". Ovvero il pm descritto come avvocato dell'accusa, la scure sulle intercettazioni, e la minor autonomia dei procuratori rispetto alla polizia giudiziaria.
Un cocktail micidiale che rischia di erodere dall'interno lo Stato di diritto, per la gioia di un paese dove l'impunità dei colletti bianchi e della borghesia mafiosa (per citare il procuratore anti-mafia Roberto Scarpinato) raggiunge livelli e vette incontrastate.
Tutto questo, unito alle accuse a Saviano di "protagonismo dell'anti-mafia" ci delineano uno scenario futuro poco incoraggiante, dove gli unici giornalisti "legittimati" ad occuparsi di camorra in tv saranno Emilio Fede e Paolo Liguori, mentre le indagini scomode verranno affidate al giudice Santi Licheri.

domenica 22 marzo 2009

LE INTERCETTAZIONI FANNO GUADAGNARE ALLO STATO



Una notizia che non piacerà al ministro Alfano ed a coloro che stanno mettendo mano alla riforma della Giustizia (forse non cambierà nulla, perchè i media non informeranno i cittadini, o lo faranno poco e male) : le intercettazioni fanno guadagnare alle casse dello Stato.
Il costo iniziale per l'erario ammonta a circa 400 milioni, come evidenziato anche dal ministero della Giustizia, una cifra comunque inferiore ai soli "servizi" di Camera e Senato.
Ebbene, grazie ad un interrogazione parlamentare del Pd firmata da Donatella Ferranti, magistrato e capogruppo in Commissione Giustizia, è emerso come il solo processo Antonveneta (il tentativo di scalata della banca padovana da parte della Bpi di Fiorani che costò il posto all'allora Governatore di Bankitalia Fazio) abbia consentito di recuperare allo Stato, tra multe e beni mobili / immobili, circa 330 milioni. Così ripartiti: 190 da confische già eseguite e 140 ancora da effettuare.
Insomma già l'80% del costo delle intercettazioni, fondamentali per scoprire le manovre occulte dei furbetti del quartierino nell'estate 2005, sono state recuperate dallo Stato.
Non solo. C'è anche il processo nato dalla riunificazione di Enelpower-Enipower, su un presunto giro di tangenti pagate ad ex dirigenti da aziende esterne per l'assegnazione di appalti.
Dalle confische sono stati recuperati 20 milioni.
Anche per lo scandalo "Oil for Food", il programma dell'Onu dove sarebbero emerse presunte tangenti a funzionari iracheni del regime di Saddam in cambio di petrolio, il Tribunale di Milano ha condannato in primo grado tre persone, tra cui un allora collaboratore del presidente della Lombardia Formigoni, con la confisca di un milione di euro a titolo di provento della corruzione.
Tutte cifre che messe insieme riescono a coprire la spesa iniziale dello Stato per le intercettazioni, che secondo il nostro premier perseguiterebbero gli italiani.
Nonostante ciò, è vero che le intercettazioni potrebbero costare meno. Ma una soluzione ci sarebbe già, senza bisogni di limitarne l'uso a danno del processo e della ricerca probatoria.
Sempre secondo la Ferranti (ma la sua posizione è ampiamente confermata da numerosi magistrati e inchieste giornalistiche) uno dei motivi principali della cattiva gestione dei costi sono il noleggio delle apparecchiature per intercettare da parte delle società di telefonia.
In pratica lo Stato, rappresentato dalle Procure, paga i privati, le aziende telefoniche, per affittare la tecnologia e il servizio, necessari a combattere la criminalità.
Nessuna convenzione speciale o sconto (si tratta pur sempre di un'attività dello Stato per il bene pubblico), anzi i prezzi sono ingenti.
Conclude infatti la Ferranti: "C'è una vecchia convenzione che affida al libero mercato la trattativa sul prezzo. Invece servono convenzioni per tariffe speciali, centralizzazione degli impianti per le Procure, gare europee per abbattere i prezzi".
Insomma le proposte concrete ci sono, il governo Berlusconi saprà ascoltarle?

mercoledì 18 marzo 2009

LA POLITICA LA POSSONO FARE I MAFIOSI, MA NON I MAGISTRATI



In un paese dove tutto va alla rovescia, dove i magistrati vengono rimossi dagli indagati, dove in televisione troviamo facce di tutti i tipi, ma ci si indigna se a parlare è un procuratore, può succedere anche questo, che la candidatura di De Magistris venga commentata in modo polemico e strumentale.
Non conta sapere che grazie ad una delibera del Csm non potrà più svolgere le funzioni di magistrato inquirente, che i suoi stessi indagati sono al sicuro e hanno contribuito a mandarlo via da Catanzaro, che la Procura di Salerno, che ha svolto correttamente il suo dovere, è stata messa alla stregua di chi commette illeciti, che un consulente delle procure viene accusato di fare il consulente delle procure, cioè il suo mestiere, e si inventano milioni di intercettazioni quando il suo ruolo non prevede neanche un intercettazione.
Ci si indigna se i politici vengono pizzicati al telefono, dimenticando che si tratta solo di tabulati e schede telefoniche intestate al Parlamento, e non emergono i contenuti (per quello ci vuole l'autorizzazione a procedere dalla Giunta delle Camere, che sistematicamente la nega).
Si montano polemiche assurde su dettagli inutili e inconsistenti, e si oscura tutto il resto.
Così non sapremo mai chi si è spartito 800 milioni di fondi Ue per la costruzione di depuratori in Calabria mai realizzati (l'indagine Poseidone scippata a De Magistris), non conosceremo mai il ruolo di Saladino e di Why Not sul tessuto produttivo locale (indagine realizzata senza neanche una intercettazione!), non entreremo a fondo in un sistema di potere, quello calabrese, dove il nipote del magistrato viene assunto dall'imprenditore di turno, magari per "chiudere un occhio" sulle sue attività, dove il figliastro del procuratore generale del capoluogo lavora nello studio di uno degli indagati del magistrato della stessa procura. Dove uno degli indagati (di Forza Italia) diventa l'avvocato di quello stesso procuratore generale che se la prende con il magistrato che fa il suo mestiere, cioè indagare senza guardare in faccia nessuno.
Ignoreremo perchè giovani imprenditori calabresi legati alla Pianimpianti Spa, azienda milanese di progettazioni ambientali, coinvolta nello scandalo dei depuratori, siano stati bloccati su un treno al confine con la Svizzera, con valigie piene di milioni in contanti non dichiarati.
Non capiremo mai quale è stato il ruolo dei comitati d'affari e della presunta loggia massonica di San Marino.
Sappiamo invece che come in un romanzo manzoniano, "quell'inchiesta non s'adda fà".
Adesso che De Magistris è stato licenziato dal ruolo di pubblico ministero, potrebbe finalmente portare la sua esperienza in Europa, come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori.
Finalmente un uomo della società civile, non il solito politico di professione.
Un magistrato impegnato nella lotta per la legalità, attento ai problemi dell'etica e della giustizia.
E' proprio quello di cui ha bisogno in questo momento l'Italia: di essere rappresentata all'estero da gente onesta e pulita, non dai soliti Gasparri, Cicchitto, Calderoli e dai pregiudicati che siedono in Parlamento.
La politica la possono fare gli imprenditori, la gente dello spettacolo, i comici, i mafiosi.
Ma se si candida un magistrato, ecco che scatta subito la reazione sarcastica: "adesso che è famoso, figurati avrà montato tutto quel polverone per fare carriera".
In questa Italia dove tutto va al rovescio, qualcuno ha deciso però di non rassegnarsi.

Forza De Magistris!



venerdì 13 marzo 2009

LA CALABRIA E LE OPERE INCOMPIUTE



Mentre il Governo Berlusconi si prepara a rilanciare l'economia nazionale consentendo a tutti i proprietari di ville monofamiliari di costruirsi la depandance, alcuni dati allarmanti denunciano, se ce n'era ancora bisogno, il mostruoso ritardo del Sud sul tema delle infrastrutture.
In particolare la Calabria, dove l'elenco delle opere incompiute continua ad essere preoccupante.
Prima di essere liquidato dal Parlamento, il governo Prodi aveva stilato nel 2007 una lista di 32 cantieri già appaltati, segnalati dall'allora commissario straordinario, vicecapo della polizia, Prefetto Luigi De Sena.
Nel dossier c'è di tutto: 15 dighe, 7 ospedali finiti ma mai entrati in funzione (in comuni importanti come Cassano Ionio, Pizzo, Tropea o Siderno), 4 in eterna costruzione.
Si parla anche di strade, raccordi, e collegamenti strategici, sistemi fognari e idrici, di separazione delle acqua bianche (nel comune di Girifalco, provincia di Catanzaro) e di depurazione (Sellia). Infine scuole elementari e palestre, fondamentali in certe zone di degrado giovanile.
Purtroppo questo documento giace da oltre un anno in Parlamento, completamente ignorato dall'attuale maggioranza di centrodestra, occupata forse in ben altre priorità (come il Ponte sullo Stretto). Nonostante il governo abbia stanziato 18 miliardi in opere pubbliche, della Calabria non sembra esserci traccia.
Eppure basterebbe 1 miliardo di quei 18 a completare le 32 opere incompiute, alle quali il governo Prodi aveva dedicato un capitolo della Finanziaria del dicembre 2007. Fondi per "opere di infrastrutture al sud", soprattutto Sicilia e Calabria. Soldi cancellati dalla prima manovra di Tremonti e ingnorati anche nell'ultimo elenco di Palazzo Chigi.
I cittadini calabresi ne sono al corrente?

mercoledì 4 marzo 2009

CHIUSA LA DISCARICA DI UGENTO



Agoravox si è già occupata della morte di Beppe Basile, un consigliere salentino dell’Italia dei Valori, massacrato con 19 coltellate il 15 giugno 2008. L’informazione ha liquidato la vicenda come "omicido passionale", ma i fatti sembrano nascondere ben altre verità.
Basile era un consigliere comunale di Ugento, paese in provincia di Lecce, che da anni conduceva coraggiose battaglie contro la distruzione del territorio ad opera di politici e imprenditori senza scrupoli.
Al centro della sua lotta la discarica abusiva di contrada Burgesi e la misteriosa "bonifica" di 3 milioni di euro effettuata dalla Regione Puglia con fondi europei.
Tutto nasce da una denuncia dell'imprenditore Bruno Colitti, ingaggiato nel 2005 dalle ditte Imperfoglia e Serveco per bonificare l'area, sommersa negli anni novanta da rifiuti tossici ed inquinanti.
Colitti si reca in procura e accusa: "Invece di smaltire i fusti di pcb (il velenosissimo policlorurobifenile, n.d.r.) dalla discarica, parti di quei resti erano stati di nuovo messi 5 metri sotto terra".
Quella denuncia è rimasta inascoltata sulla scrivania del pm Donatina Bufalini.
Ci vuole un episodio di cronaca, l'assassinio di Basile (che il giorno stesso aveva effettuato un sopralluogo presso il Centro di stoccaggio dei rifiuti in contrada Burgesi), per scuotere dal torpore i sonnacchiosi politici nazionali e la magistratura locale.
La procura di Lecce apre due fascicoli d'inchiesta e si arriva all'ultima data: l'11 febbraio di quest'anno.
La Guardia di Finanza ha messo i sigilli alla discarica abusiva di Ugento, insieme al ritrovamento sospetto di un telone nero, spesso almeno 2 centimetri e largo un centinaio di metri, che confermerebbero la denuncia di Colitti sui rifiuti tossici sotterrati invece di essere smaltiti.
La procura ammette: "sono necessari approfondimenti, quel telo di plastica nero non ci doveva essere, è quello utilizzato per coprire i fusti avvelenati e secondo il capitolato d'appalto sulla bonifica doveva essere smaltito insieme con i fusti velenosi. Vedremo adesso fino a che punto quel telo è contaminato e inquinante".
Non si parla di spiccioli ma di 3 milioni di euro di fondi europei e soprattutto della salute dei cittadini di Ugento. Un territorio, il Salento, troppo spesso sfruttato nei periodi estivi per il turismo e le sue bellezze naturali, ma che rischia, per colpa del solito malaffare, di trasformarsi nell'ennesima pattumiera d'Italia.
Sempre a vantaggio di pochi e a danno dell'intera collettività.

giovedì 19 febbraio 2009

PEPPINO BASILE: UN UOMO SCOMODO



Nella velocità insaziabile delle notizie, molti fatti di cronaca cadono presto nel dimenticatoio.
Quanti ricordano la storia di Peppino Basile?
Nella notte del 14 giugno 2008 venne trovato ad Ugento, un piccolo comune del Salento, il cadavere di un uomo ammazzato con ben 40 coltellate.
I media si affrettarono a liquidare il caso come "omicidio passionale".
Quell'uomo si chiamava Peppino Basile, 62 anni, ed era un semplice consigliere comunale dell'Italia dei Valori.
Coniugato ma con vita da single, non viveva con la moglie, amava le donne e la buona cucina. Ma le modalità dell'omicidio lasciano un ombra di mistero sul reale movente.
Solo una questione di eros?
In realtà c'è molto di più se la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto due fascicoli che collegano il luogo del delitto, Ugento, con una delle tante battaglie di Basile contro la discarica di Contrada Burgesi: 40 ettari di cave di tufo tra distese di uliveti pronte a diventare la prossima pattumiera d'Italia.
Dopo diverse interrogazioni presentate nell'aula consiliare, nel marzo-aprile 2008, due mesi prima dell'omicidio, si scopre che la discarica abusiva non era mai stata bonificata, mentre i circa 3.000 euro dell'appalto nel 2005 erano già finiti nelle tasche delle ditte.
Ma erano tante le battaglie sul territorio condotte da Peppino Basile.
Contro il parco della Marina di Ugento, non un area precisa ma pezzi di terra sparsi a macchia di leopardo, "fatti apposta per favorire gli amici con interessi nelle aree svincolate mentre chi è dentro rimane bloccato per la vita", denunciava Basile all'amministrazione comunale.
Sempre un paio di mesi prima dell'omicidio, il sindaco Ozza rilascia a cinque imprenditori campani amici di un suo assessore, il permesso per la costruzione di un albergo a 5 stelle in un'area vincolata.
Basile va su tutte le furie e ottiene il sequestro della zona e il blocco dei lavori, costringendo il comune a risarcire 3 mila euro ai proprietari.
La lista delle battaglie continua: contro l'abuso edilizio al villaggio turistico Orex, per la concessione della "Pineta comunale" e tante altre a difesa di un territorio dilaniato dal mix di malaffare, politica e potere del cemento.
Un vero rompicastole, Pebbino Basile, molto più concreto di tanti ambientalisti da salotto.
Ex costruttore edile (i paradossi della vita), cresciuto nel Movimento Sociale, nel 2004 entrò nelle liste di Di Pietro, convinto dall'ex pretore d'assalto Carlo Madaro, esponente salentino dell'Idv.
Quattro anni di martellamento al comune di Ugento che gli costarono inquetanti scritte sui muri del paese: "Peppino devi morire", "Peppino sei nulla", insieme ad una testa di asino mozzata davanti alla porta di casa.
Fino a quella tragica notte tra il 14 e il 15 giugno 2008.
Basile rientra nel suo villino dopo una cena con Silvio Fersino, un amico.
Quella stessa sera avevav visitato un centro di stoccaggio di rifiuti di proprietà del Comune di Ugento, costato 5 miliardi e 300 milioni di lire, che ora versa in stato di abbandono e degrado.
E' circa l'una quando qualcuno lo chiama.
"Ci siti? Ci bbuliti?", "Chi siete, che volete?" Torna in giardino, a un passo fuori dal cancelletto, quando una lama liscia di almeno 10 cm lo colpisce quaranta volte. Ne bastano diciannove per provocarne la morte.
A Roma come ad Ugento c'è molto fretta. Si chiude il caso come semplice "omicidio passionale".
Eppure la storia non è chiara.
Il 16 febbraio doveva andare in onda la seconda puntata di Chi l'ha Visto? dedicata alla sua scomparsa, con nuove rilevanti elementi a supporto delle indagini di tre coraggiosi magistrati che ipotizzano che le battaglie di legalità di Peppino sarebbero il reale movente dell'omicidio. La puntata non è andata in onda, senza reali motivi, e qualcuno ipotizza la censura dopo una telefonata di un importante politico nazionale vicino all'amministrazione di Ugento.
Basile sembra scomodo anche da morto.
Lui diceva di sè: "sono il guardiano della politica e faccio opposizione a prescindere".
Alcuni testimoni quella notte hanno sentito le sue ultime parole, "cì siti, cì bbulite?", e dopo un urlo lacerante.




martedì 10 febbraio 2009

LE VERITA' NASCOSTE DI SILVIO SUL CASO ELUANA



Il caso Englaro si è chiuso.
La vicenda che ci ha reso il paese zimbello del mondo (i giornali internazionali scrivono "è morta la donna che ha infuocato il dibattito in Italia....") ha però evidenziato il solito colpo di spugna del premier dietro il paravento.
Silvio Berlusconi ha usato questo dramma familiare per tre scopi precisi e neanche troppo velati:
1) Creare un precedente per non rispettare le sentenze dei Tribunali, ed in questo caso del grado definitivo della Cassazione, definiti come un sistema di "regole formali" di scarso valore.
2) Imporre un disegno (o decreto) di legge al Parlamento, ostaggio delle sue prerogative, per cancellare qualsiasi decisione emessa da un organo giudiziario. Se ha voluto farlo con Eluana perchè non provarci in futuro su altri temi? Il caso Europa 7, in barba al giudizio della Corte di Giustizia Europea, è un precedente significativo.
Il terzo e ultimo obiettivo è quello storico, sempre rivendicato, di cambiare la Costituzione a proprio uso e consumo.
Se la nostra Carta è "filo-sovietica", quindi autoritaria e anti-democratica, si evoca il principio che si possa trasgredirla senza conseguenze.
Se il lodo-Alfano venisse dichiarato incostituzionale dalla Consulta, ciò non avrebbe effetto alcuno proprio perchè le ragioni del no provengono da una fonte dichiarata "non legittima".
Questa è una manovra pericolosa e da evitare a tutti i costi.
E' chiaro però l'intento del presidente del Consiglio. Dispiace che molte persone, cattolici anche in buona fede, abbiano pensato che il premier avesse davvero a cuore la vita di Eluana e che si fosse battuto contro la morte.
Ingenuità o disinformazione di massa?